Con
Francesco (Ferretti) ci conosciamo da un po' e il caso e la passione himalayana ci hanno fatto incrociare a Kathmandu il sette ottobre scorso invece che in via Emilia o al
San Leonardo.
Noi tornavamo e lui partiva per il bellissimo Khumbu.
Il 19 ottobre Francesco ha salito con successo l'
Island Peak (o
Imja Tse, 6.189 metri).
Questo è il racconto della sua esperienza (complimenti Francesco !):
Seduto vicino ad un piccolo Chorten attorniato da bandierine colorate, a cavallo delle valli dell'Imja Khola e del Khumbu Khola, riguardo per l'ultima volta la vetta dell'Imja Tse. Un punto su una carta geografica, una piccola vetta a 6189 metri in mezzo ai giganti himalayani che superano abbondantemente gli 8000 metri.
Era una delle mete del mio viaggio. Un lungo viaggio cominciato tra aereoporti, scali, citta' e disavventure varie.La ammiro ormai da lontano, rivivendo come in un film le tappe che mi hanno condotto in vetta.
Giornate di trekking, pause di acclimantamento, serate nei lodge a chiedere informazioni sulla via di salita...
Poi finalmente arriva il giorno della vetta. Ma al momento di partire per il campo base il tempo gioca a sfavore e mette tutto in forse. Una spessa e persistente coltre di nubi copre le vette e scoraggia molti del gruppo a tentare l'impresa. Unici a decidere per il tentativo quasi vano sono Marek, Cosimo, Francesco ed io.
Ritocchiamo il programma. Non c'e' il tempo per allestire il campo avanzato, dovremo tentare la vetta direttamente da campo base in un solo giorno, il mattino seguente. Mille e cento metri di salita, partenza prevista per le 1,30 del mattino. Prendere o lasciare.
Ci accompagnera' Gyaltzen, nostra fidata e silenziosa guida che abbiamo imparato a conoscere lungo il trekking di avvicinamento.
Arriviamo al campo base e montiamo le tende, un vento gelido e sostenuto ci tiene compagnia. Appena finito ci infiliamo vestiti nei sacchi a pelo per scaldarci un po'.
Riposiamo tutti. Verso le 18 Gyaltzen nella veste di cuoco ci chiama per la cena. Zuppa nepalese, riso e patate mi gustano piu' per la temperatura che per l'effettivo sapore. Ma quel che piu' ci interessa oltre la cena e' che grandi squarci tra le nubi ci fanno intravvedere le vette rosate nel sole del tramonto.
Incrociamo le dita e torniamo al caldo dei sacchi piuma. Alle 0,30 la sveglia non ci sorprende, e' comunque difficile dormire bene a piu' di 5000 metri. L'interno della tenda e' ghiacciato, il termometro segna -7. Ma appena apro la zip della piccola tenda ecco la sorpresa: stelle, stelle e ancora stelle. E la via lattea, brillante come non l'avevo mai vista prima. Mi vesto pesante, indosso l'imbragatura e preparo lo zaino con il necessario per la salita. Gesti compiuti tante volte in altre ascensioni ma che qui hanno qualcosa di speciale. Un provvidenziale caffe' bollente toglie un po' di gelo di dosso. Partiamo alla luce delle lampade frontali, e l'1 e 40 minuti.
Saliamo con un passo lento e regolare lungo una pietraia che sembra non finire mai. Misuro lo sforzo con attenzione. l'affanno e' un compagno di salita che quassu' affianca silenzioso e taglia subito tutte le energie. Giungiamo al campo avanzato addirittura in anticipo, altre cordate ci seguono a distanza.
Cosimo pero' non ce la fa, stanchezza e nausea da altitudine lo fanno decidere per il rientro. Francesco lo accompagna indietro per un po', ma promette di raggiungerci piu' sopra. Come noi vuole la vetta. Continuiamo a salire. La progressione e' resa dura dalla quota: quassu' l'ossigeno e' meno della meta' che al livello del mare, e si sente!
Nonostante cio' Francesco ci raggiunge: Cosimo e' al sicuro sulla facile via del ritorno e lui e' pronto a proseguire.
Prima dell'inizio del ghiacciaio anche io sento lo sforzo troppo grande per me, voglio tornare giu'. Marek e Francesco mi incoraggiano e mi forniscono barrette, zuccheri e una nuova dose di desiderio di vetta. Funziona, sento le energie tornare in me e riprendo a salire. Arriviamo all'inizio del ghiacciaio e calziamo i ramponi.
Ci uniamo in cordata con Gyaltzen davanti che ci guida tra i crepacci. Ci avviciniamo finalmente alle famigerate corde fisse del tratto finale che conduce in vetta. Siamo a quota 6000 metri, spunta il sole e i suoi raggi ci scaldano un po'. All'attacco delle corde fisse e' il turno della crisi di Francesco. Vuole lasciare, non ce la fa piu'. Lo invito a una sosta poi lo incoraggio con decisione: la vetta e' veramente a portata di mano, mi sento in piena forza e minaccio di tirarlo su con un paranco. E infatti attacca la Jumar alla corda poco dopo di me e inizia la risalita. Sono gli ultimi 200 metri di salita, sono i piu' duri. La piccozza si conficca bene nel ghiaccio, i ramponi danno una presa sicura. Lo scricchiolare amico delle punte nella neve dura sembra volerci dire che possiamo farcela. E' cosi'!
Giungo in vetta poco dopo Marek, ci abbracciamo in lacrime per la fatica e l'emozione.
Sono le
8,05 di domenica 19 ottobre 2008 e siamo
sull'Island Peak, a 6189 metri. Un sogno che si realizza.
Sebbene la fatica mi sia sembrata enorme mi rendo conto che non e' nulla in confronto alla gioia della vetta. E non e' solo il panorama incredibile a rendermi felice! Arrivano Francesco e Gyaltzen, l'abbraccio si estende anche a loro. Strette di mano e pacche sulle spalle anche ad altri improvvisati compagni che condividono lo spazio di quella minuscola vetta.
Nessuna foto puo' esprimere le sensazioni che si provano in un momento simile ma anche noi sfiliamo per un istante i pesanti guanti e fissiamo in un'immagine il momento magico. Poi un'ultima occhiata intorno. La maestosa parete sud del
Lhotse che ci nasconde l'Everest, il Nuptse, l'Ama Dablam, il Makalu, il Mehra Peak, e poi ancora vette candide di neve. Ovunque intorno a noi.
Scendiamo. Scopro sulla mia pelle che a piu' di 6000 metri si fa fatica anche in discesa. Infilo il discensore nelle corde e mi lascio andare dolcemente giu' per il pendio. Alcuni alpinisti impegnati nella salita mi costringono a rocamboleschi salti di corda ma in breve sono alla base della parete finale, sul ghiacciaio che si fa pianeggiante. Marek, Gyaltzen e Francesco mi raggiungono, possiamo continuare la discesa.
Il cielo e' di un azzurro assoluto, il sole e' caldo anche se l'aria rimane di parecchi gradi sotto lo zero.
Scendiamo immersi nei pensieri che dopo la vetta ogni alpinista si porta dentro. Ognuno con il suo ritmo. Ghiacciaio, ramponi, pietraia, paesaggi che ora la luce del sole alto ci svela.
I monti sono maestri muti che fanno discepoli silenziosi. E solo il silenzio puo' descrivere l'immensita' di queste vette e dell'esperienza appena vissuta.
Mentre le immagini della vetta continuano a scorrere davanti ai miei occhi altri trekkers arrivano al piccolo Chhorten e forse vedendomi fissare quella vetta davanti a me mi chiedono "
Did you climb Imja Tse?"
Mentre mi carico lo zaino in spalla rispondo con un sorriso: "Yes, I did..." e inizio a scendere verso valle. Per un ultimo istante la piccola vetta cattura il mio sguardo. E il mio cuore.